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Ci sono persone che archiviano. E persone che conservano.
Le prime attraversano la vita come si attraversa una casa ordinata: le cose hanno un posto, i ricordi una distanza, i dolori una data di scadenza. Le seconde, invece, abitano una specie di magazzino interiore. Nulla viene davvero buttato. Tutto resta disponibile: un parcheggio mancato, una frase non detta, un amore finito, una telefonata rimandata, un'occasione persa, una versione alternativa della propria vita che continua a esistere da qualche parte, invisibile eppure ingombrante.
Il protagonista di queste pagine tiene un registro. Non è un contabile e non è un filosofo. È semplicemente un uomo che non riesce a smettere di fare i conti. Con gli altri, con se stesso, con il tempo, con la memoria. E soprattutto con quella parte del cervello che attribuisce alle perdite un peso maggiore dei guadagni e trasforma ogni assenza in una presenza ostinata.
La psicologia ha dato un nome a questo meccanismo: avversione alla perdita. Loss aversion. Ma i nomi spiegano poco. Perché dietro le definizioni ci sono le vite. E le vite raramente si lasciano ridurre a una formula.
Questo racconto osserva il modo in cui costruiamo i nostri inventari emotivi. Il modo in cui attribuiamo colpe e meriti. Il modo in cui trasformiamo le ferite in identità. E, soprattutto, osserva quella strana ostinazione umana che ci porta a contare ciò che manca molto più di quanto sappiamo riconoscere ciò che è rimasto.
Perché forse non siamo definiti dalle perdite che abbiamo subìto.
Forse siamo definiti da quelle che continuiamo a portarci dietro.
E, a volte, dal semplice fatto che continuiamo a contarle.
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