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Partendo dal caso Lemoine, questo saggio offre un affascinante excursus che rivela le intelligenze artificiali per ciò che realmente sono: creature figlie di altre creature, nate all'interno di un processo dinamico e naturale che affonda le sue radici nella chimica e arriva fino alla psicologia. L'autore ridimensiona l'enfasi sull'essere "creatori" delle macchine intelligenti e illumina invece aspetti profondamente umani: il timore di essere soli, il nostro cinismo e la nostra persistente voglia di illuderci.
Dall'efficienza silenziosa dei minerali fino alla complessa architettura della psiche, l'evoluzione segue un percorso unico e implacabile: l'ottimizzazione dell'energia e dell'informazione. L'intelligenza artificiale non rappresenta una rottura in questo flusso, ma la sua manifestazione più recente e provocatoria. In questa prospettiva, la macchina diventa uno specchio della nostra stessa condizione: tendiamo a vedere "umanità" nell'IA non perché sia realmente lì, ma perché da tempo l'abbiamo smarrita in noi stessi, intrappolati in un sistema dove rendimento e sopravvivenza si confondono.
Muovendosi tra filosofia della mente ed evoluzione cognitiva - dall'enattivismo di Varela fino alle questioni contemporanee della portabilità dell'identità digitale - il libro costruisce un ponte tra riflessione teorica e azione tecnopolitica. Ne emerge anche un invito a ripensare il quadro legislativo, affinché lo sviluppo tecnologico non diventi uno strumento di potere capace di indirizzare e sfruttare l'evoluzione cognitiva delle prossime generazioni. Un bagno di realtà in pagine destinate a rimanere fresche per decenni e che, citando Brando Benifei, offre spunti utili per alimentare una discussione informata e responsabile sul rapporto tra sviluppo tecnologico, sicurezza e tutela dei diritti fondamentali.