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Ci sono persone che funzionano. Arrivano puntuali, pagano il conto, dicono le cose giuste nel momento giusto. Hanno una storia che regge, un nome che suona bene, un viso che sa dove mettersi quando c'è da sorridere.
Il problema non è che mentono. Il problema è che non sanno di farlo.
I personaggi di questi racconti vivono nelle pieghe della normalità: un magazziniere di Varese che cancella voci su Wikipedia come se stesse eseguendo una giustizia cosmica, un influencer ligure che vende autenticità in dosi calcolate al millimetro, un regista che gira documentari con i soldi di una vedova convinta di finanziare il futuro del cinema italiano. Un filosofo che cade sul pavimento bagnato del suo castello e ci trova una metafora. Un ragazzino di Torre del Greco che si fa una cicatrice storta sul viso e la chiama identità.
Nessuno di loro è un mostro. Sono qualcosa di più quotidiano: persone che hanno costruito una versione di sé stesse così solida da dimenticare che dentro non c'è nulla, o quasi nulla, o qualcosa che somiglia alla paura di essere nulla.
Per alcuni, in qualche momento, qualcosa si incrina. Una parola trovata per caso. Un vecchio su una panchina. Il silenzio sul tetto di un palazzo popolare. Non è una redenzione: è solo una crepa, e non si sa quanto dura.
Per altri non si incrina niente, e questo non è una tragedia, è semplicemente la forma che prendono certe vite quando nessuno le interrompe abbastanza forte.
Sembianti non è un libro sulla menzogna. È un libro sulla distanza tra ciò che una persona sembra e ciò che una persona è. Una distanza che a volte è un abisso, a volte è un millimetro, a volte non si misura affatto perché il metro è andato perduto da qualche parte lungo la strada.
Questi racconti non giudicano. Guardano.
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